Il cambiamento climatico non modifica soltanto la distribuzione delle singole specie, ma può alterare anche le relazioni che, da migliaia di anni, legano predatori e prede negli ecosistemi alpini. È questa la principale conclusione dell’articolo scientifico pubblicato sulla rivista Mammal Research (clicca qui per l'articolo completo) pubblicato dai ricercatori Marco Granata e Margherita Cattaneo dell'Università degli Studi di Torino con la collaborazione del Parco Nazionale Gran Paradiso, del MUSE – Museo delle Scienze di Trento, delle Aree Protette delle Alpi Marittime, delle Aree Protette delle Alpi Cozie e dell'Università del Molise.
La ricerca rappresenta uno dei più completi lavori finora realizzati sull'ermellino (Mustela erminea) nelle Alpi italiane e si distingue per un approccio innovativo: anziché analizzare esclusivamente il predatore, prende in considerazione anche la distribuzione della sua principale preda, l'arvicola delle nevi (Chionomys nivalis), evidenziando come i cambiamenti climatici possono modificare l'intero equilibrio ecologico. Per costruire i modelli previsionali i ricercatori hanno raccolto oltre 900 segnalazioni di ermellino e più di 200 osservazioni di arvicola delle nevi provenienti da enti gestori, tra cui i Parchi delle Alpi Cozie, musei, banche dati naturalistiche, attività di monitoraggio sul campo e contributi di citizen science.
L'ermellino è una specie strettamente adattata agli ambienti freddi. Durante l'inverno il mantello diventa completamente bianco, permettendogli di mimetizzarsi sulla neve sia per sfuggire ai predatori sia per cacciare con maggiore efficacia. La ricerca conferma che proprio la durata dell'innevamento rappresenta il principale fattore che determina la presenza della specie: la progressiva riduzione della copertura nevosa rende infatti il mantello bianco sempre meno efficace, aumenta il rischio di predazione e modifica anche le condizioni in cui l'ermellino ricerca il cibo durante l'inverno.
Ma l’aspetto più interessante dello studio è rappresentato dall'interazione dell’ermellino con l'arvicola delle nevi, roditore strettamente legato alle pietraie e agli ambienti aperti d'alta quota che ne costituisce la principale preda. Si tratta di un legame che potrebbe essere radicalmente modificato dal cambiamento climatico e dalle simulazioni di aumento delle temperature medie previste entro l’anno 2100 creando un sostanziale disallineamento. Mentre si prevede che l'ermellino potrebbe perdere fino a circa il 36% del proprio areale sulle Alpi italiane, spostandosi progressivamente verso quote più elevate alla ricerca di condizioni climatiche favorevoli, l'arvicola delle nevi, invece, potrebbe espandersi in svariati settori della catena montuosa e tendere, mediamente, a occupare quote leggermente inferiori rispetto a quelle attuali.
Secondo questo modello, gli ermellini andranno a perdere la loro primaria fonte di nutrimento, mentre le arvicole vedrebbero ridursi l’azione regolatrice del loro principale predatore semplicemente perché condivideranno sempre minori porzioni di habitat modificando un rapporto ecologico costruito nel corso dell'evoluzione. Secondo gli autori è questa una delle possibili conseguenze più rilevanti del cambiamento climatico sugli ecosistemi alpini come già rilevato in letteratura per altre specie.
La ricerca evidenzia infine come la tutela della biodiversità non possa più limitarsi alla conservazione delle singole specie, ma debba considerare anche le relazioni ecologiche che le collegano. In questo contesto l'ermellino, grazie alla sua stretta dipendenza dalla neve e al forte legame con una preda altamente specializzata, si conferma una preziosa specie sentinella degli effetti del cambiamento climatico sugli ecosistemi di alta quota, offrendo indicazioni preziose per la gestione e la conservazione delle montagne alpine.