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De la passion pour la nature à une vie de garde-parc

28 janvier 2026

«Ero appassionato di natura e di montagna sin dall’infanzia ma, prima di iscrivermi all’Università, non conoscevo l’esistenza di una professione come quella di guardiaparco». 

Il tono è pacato, le parole fluiscono intervallate dalle pause tipiche di chi riflette attentamente prima di esprimersi. Bruno Frache è ufficialmente andato in pensione lo scorso 1 dicembre 2025, dopo un’intera carriera in un ruolo che non aveva sognato da bambino ma che ha desiderato e ottenuto da giovane adulto grazie alla dedizione e alla competenza, arrivando a plasmare la propria esistenza mescolando con i dosaggi corretti la vita lavorativa, la dimensione famigliare e la sfera delle passioni all’insegna dell’armonia e della coerenza. 

«Sono cresciuto a Torre Pellice – racconta Frache – frequentando la montagna e il suo ambiente naturale prima con i miei genitori e poi autonomamente, quando i parchi regionali ancora non esistevano. Poi, nel 1984 Claudia Metti, che sarebbe diventata mia moglie, era stata assunta nel Parco Naturale della Val Troncea, sempre come Guardiaparco. Dopo il conseguimento della Laurea in Scienze forestali tentai anch’io questa strada affascinante, passai il concorso e presi servizio il primo settembre del 1987 presso il Parco Naturale Orsiera Rocciavré, nella sede di Pra Catinat, non appena rientrato dal servizio di leva». 

Come è cambiato il lavoro di Guardiaparco? 

«All’inizio era tutto da scoprire e da inventare. Avevamo molta autonomia decisionale, ma gran parte del lavoro era dedicata alla manutenzione perché non c’erano ancora gli operai e alla didattica perché la sede si trovava a Pra Catinat nel Centro di soggiorno per scolaresche allestito all’epoca dalla Provincia di Torino e dalla Regione Piemonte. Due giorni a settimana, da settembre a giugno, accompagnavamo 4 o 5 classi per volta alla scoperta delle particolarità ecologiche del territorio. Con il trascorrere degli anni, la mia passione per l’informatica mi portò a sviluppare quel tipo di competenze per l’ente, formando i colleghi, fornendo loro assistenza e arrivando a sviluppare il primo sito internet del Parco Orsiera Rocciavré. Devo ammettere che negli ultimi anni, con gli acciacchi dell’età, non mi dispiaceva avere la possibilità di alternare il lavoro all’aria aperta con quello davanti al computer nel caldo di un ufficio».

Qual era il tuo modo di interpretare le mansioni di vigilanza? 

«Sicuramente apprezzavo di più il lavoro scientifico, i monitoraggi sulla flora che avevo studiato all’Università e l’accompagnamento delle scolaresche. Poi, chiaramente, il ruolo di Guardiaparco richiede anche di intervenire nei confronti di coloro che non rispettano le regole. E’ un compito molto delicato perché ho sempre creduto maggiormente nella prevenzione delle violazioni, piuttosto che nella repressione. L’attività sanzionatoria può rivelarsi controproducente se viene applicata senza prima informare il pubblico e i fruitori sulle norme che spesso vengono violate per ignoranza, più che per dolo. Il classico esempio è quello del mazzolino di fiori raccolto durante la passeggiata, ma fortunatamente è una casistica sempre più rara». 

Vuoi raccontare un aneddoto particolare?

«Una mattina, all’alba quando prendemmo servizio, qualcuno ci segnalò di aver osservato strane luci provenienti dal Forte di Fenestrelle. All’epoca la struttura non era visitabile perché si trovava in condizioni di abbandono prima della ristrutturazione che ne ha reso possibile l’accesso in sicurezza. Decidemmo di svolgere un sopralluogo e iniziammo a esplorarne i vari locali alla ricerca di qualche traccia. Ben presto entrammo in una sala le cui pareti erano state imbrattate di croci celtiche e svastiche. Poi incontrammo scritte che inneggiavano a strane divinità nordiche. Infine, nell’ultima casermetta, trovammo una porta sbarrata. Dopo qualche indecisione sul da farsi, anche perché non eravamo armati a quei tempi, decidemmo di fare irruzione, ma trovammo alcuni ragazzi giovani che dormivano pacifici nei sacchi a pelo dopo che nella notte avevano organizzato un qualche rito esoterico. Li identificammo e procedemmo con le sanzioni e denunce del caso, ma la tensione accumulata quel giorno era stata molto alta! In ogni caso non mi è mai piaciuto il ruolo del poliziotto». 

Come avete conciliato la vita lavorativa e famigliare con tua moglie Claudia, anche lei Guardiaparco? 

«Il fatto di condividere gli stessi interessi è stato indubbiamente un valore aggiunto. In molte occasioni abbiamo approfittato dei periodi di ferie per visitare altri parchi e altre aree protette. Per entrambi, la passione andava al di là del lavoro. L’aspetto più difficile era gestire la vita famigliare con l’organizzazione dei turni. Da questo punto di vista Claudia ha dovuto cambiare lavoro passando alla Riserva Naturale della Rocca di Cavour e poi al Parco Naturale del Laghi di Avigliana per avvicinarsi di più a casa. Poi, negli ultimi anni è venuta in Orsiera dove abbiamo iniziato a fare i turni insieme. L’idea è venuta durante la pandemia: siccome vivevamo sotto lo stesso tetto non correvamo il rischio di contagiarci a vicenda durante il servizio. E, poiché la cosa funzionava, abbiamo proseguito fino alla pensione di entrambi». 

Dal tuo punto di osservazione, come è cambiata la fruizione all’interno dei parchi nel corso degli anni? 

«Relativamente alla realtà dell’Orsiera Rocciavré, ho osservato un grande aumento dei frequentatori in generale. Mi sembra che siano sempre più numerose le persone che vanno in montagna a piedi e in bici, praticando escursionismo estivo e invernale, alpinismo e scialpinismo, sia nei periodi canonici, sia fuori stagione o in settimana. L’aspetto positivo per l’ambiente è che si è persa l’abitudine, molto diffusa quando avevo iniziato, dei pic-nic nei prati mentre si tende a frequentare maggiormente i rifugi e le strutture ricettive in quota che sono diventati sempre più accoglienti. Devo anche ammettere che i frequentatori del parco sono diventati più ligi alle regole e più rispettosi dell’ecosistema che vengono a visitare».

Come valuti lo stato di salute del territorio su cui hai lavorato e che conosci così bene? 

«Insieme alle attività di sensibilizzazione e di educazione dei visitatori, indubbiamente l’istituzione dei parchi ha limitato lo sviluppo urbanistico e l’espansione degli impianti sciistici generando un impatto positivo sull’ambiente. La fauna ne ha beneficiato molto, come dimostra il successo della reintroduzione dello stambecco o il ritorno del lupo, ma anche le foreste sono cresciute molto. Certamente, la crisi climatica e la siccità degli ultimi anni si sentono e provocano danni ingenti, ma sicuramente minori all’interno delle aree protette».