Mulino idraulico del Martinet

Ottocento anni di sfruttamento dell'acqua dai diritti feudali di molitura all'azienda elettrica municipale

Il mulino idraulico di Salbertrand è uno dei più interessanti e meglio conservati dell'Alta Valle di Susa, l'unico a contenere ancora le macchine originali di varie epoche. Esso consente di ripercorrere 800 anni di storia dell'utilizzo dell'acqua, dai diritti feudali di molitura all'arrivo della corrente elettrica.
Il mulino, detto del Martinet, iniziò probabilmente la sua attività intorno all'anno 1000 come forgia, per poi trasformarsi nel 1200 in opificio idraulico con molteplici funzioni: mulino da cereali, pesta per la sfibratura della canapa, follone da drappi.

La prima traccia di questo mulino si ritrova su una pergamena datata 5 giugno 1298, si trattava di un mulino bannale ed apparteneva alla famiglia signorile degli Allemandi. Passò più volte di proprietà, fino ad essere acquistato dalla Comunità di Salbertrand, che ne ottenne il pieno possesso, libero da ogni spettanza signorile da parte del Delfino, con la carta del 1459.
Manca la tipica ruota verticale che nell'immaginario collettivo contraddistingue i mulini ad acqua; si trattava infatti di un impianto a ruota orizzontale. Questo tipo di tecnologia, malgrado lo scarso rendimento, calcolato intorno al 15 %, era preferito nelle zone alpine perchè più adatto alla rigidità del clima e alla portata irregolare del corso d'acqua.
A partire dal 1901, gli impianti furono utilizzati anche per la produzione di energia elettrica: si diede vita all'Azienda Elettrica Municipale di Salbertrand, una delle più antiche del Piemonte.

Nel 1928 l'introduzione di una turbina soppiantò la ruota idraulica. La struttura interna del mulino fu radicalmente modificata: un motore faceva girare un lungo asse di trasmissione dotato di complessi ingranaggi e mediante cinghie e pulegge trasmetteva il moto alle macchine.

Il mulino che appare oggi ai nostri occhi è il prodotto di molte trasformazioni avvenute nel tempo, legate anche agli eventi naturali e alle vicende storico politiche della valle.

L'edificio, di proprietà del Comune di Salbertrand, affidato in comodato gratuito all'Ente Parco del Gran Bosco (gestore dell'Ecomuseo Colombano Romean), è stato recentemente recuperato ed ospita al suo interno tre distinti impianti e vari allestimenti:

Il mulino vero e proprio, dotato di tre coppie di macine (di cui una, a turno, sempre ferma per manutenzione) destinate alla lavorazione delle granaglie, in particolare segale (blä), ma pure frumento (frumën), orzo (örjë), avena (sivà).
Le farine, una volta macinate, grazie a coclea ed elevatore a cucchiai, venivano trasferite al buratto, bařütè, un congegno costituito da setacci in seta con maglie di diverse dimensioni in grado di selezionare fior di farina (fařina fina), farina normale (fařina du pan), farinetta (fařinetta) e crusca (brën).

A destra dell'ingresso, è tuttora presente la stalla che ospitava i muli con cui i contadini portavano al mulino i sacchi di cereali da macinare. Era infatti abitudine che ognuno aspettasse il proprio turno per assistere alla macinazione dei propri cereali... Quello era il momento delle famose "chiacchere da mulino" occasione per parlare e sparlare un po' di tutti...

La pesta, la pitä, costituita da una vasca circolare in monoblocco di pietra su cui girava una mola verticale era impiegata per la sfibratura della canapa, pianta tessile per eccellenza in Valle, e per la produzione di olio di noci, di nocciole, di semi di canapa e lino, di prugne selvatiche (marmotte).
Il cosiddetto "olio di marmotte" veniva prodotto con i frutti del Prunus brigantiaca, un endemismo delle nostre montagne. Le prugne venivano raccolte sul finire dell'estate e lasciate marcire all'aperto per staccare la polpa dai noccioli che poi, durante le lunghe veglie invernali nelle stalle, venivano spaccati. I semi così ottenuti, pestati e riscaldati per aumentarne la resa, erano torchiati per estrarre un olio giallo-dorato, fluido, limpido usato sia come condimento che per l'illuminazione.

I moderni pannelli di controllo della dinamo e il quadro di distribuzione dell'energia elettrica ivi prodotta raccontano la storia dell'ultimo secolo di questo antico mulino e della locale Azienda Elettrica. L'alluvione del 1957 segnò la fine dell'attività della centralina idroelettrica, a causa dei danni all'opera di presa e al canale e dell'abbassamento del letto della Dora che non consentì più l'alimentazione della bealera. Le macine continuarono a lavorare alimentate con energia prodotta dalla centrale di Chiomonte sino agli anni '70 quando, l'irrimediabile fine di un'economia autarchica basata sull'autoconsumo, determinò la scomparsa delle estese coltivazioni di cereali e della necessità di macinarli.

Negli ultimi anni, all'interno del mulino, nuovi spazi sono stati recuperati e sono stati creati allestimenti museali che raccolgono il ricco patrimonio di attrezzi da lavoro ed oggetti in uso nella vita quotidiana di un tempo, messi a disposizione dalla comunità.