Fornaci da calce

L'economia autarchica tipica delle Regioni alpine imponeva, un tempo, di utilizzare il materiale che la montagna metteva a disposizione. Nella costruzione delle abitazioni si impiegavano pietre locali, sia per la muratura che per il tetto e, come legante, calcina magra che chi costruiva doveva essere in grado di preparare.

All'interno del Parco sono visibili in alcune aree ben delimitate, ma distanti tra loro, una serie di forni chiamati calcare nei quali si trasformavano le rocce sedimentarie costituite essenzialmente di carbonato di calcio (calcite) in "calce viva". Essi testimoniano un'attività produttiva ormai completamente dimenticata. In Valle di Susa la grande disponibilità di rocce calcaree ha favorito tali produzioni, con evidenti differenze di lavorazione tra la Bassa e l'Alta Valle: se in Bassa Valle la fornaci erano rappresentate da costruzioni in pietra a forma di tronco di cono dotate di specifiche camere di combustione, in Alta Valle la calce veniva preparata con un metodo più veloce simile a quello per la produzione del carbone.
Si scavava una fossa o si sfruttava una cavità del terreno di 2-3 m di diametro la cui pareti venivano rifinite con un muro a secco.

Al suo interno si accatastava una gran quantità di legna e sopra si costruiva una cupola con pietre da calce utilizzando i frammenti più piccoli per tappare gli interstizi.
Sempre lasciando un foro in alto, si rivestiva con cotica erbosa e si dava fuoco alla legna attraverso un'apertura, che in seguito serviva a dare ossigeno alla combustione.
Questo procedimento, essendo legato alla quantità di combustibile non integrabile, produceva calce in minore quantità e di minore qualità.

Ciascun ciclo di produzione comportava una serie di operazioni alquanto laboriose e la cottura durava da cinque a sei giorni, durante i quali si teneva ininterrottamente accesa la calcara.
Per alimentare il fuoco, lento e continuo, era necessaria una grande quantità di legna, soprattutto in fascine. Anche il caricamento comportava tempi piuttosto lunghi perché le pietre dovevano essere spaccate ed ordinate, al di sopra del piano del fuoco.

Terminata la cottura, bisognava aspettare che il forno si spegnesse e raffreddasse prima di estrarre la calcina così ottenuta. Era questa una "calce viva" che, per essere utilizzata, doveva prima essere spenta con l'aggiunta di acqua che provocava una vivace reazione esotermica trasformandola in "calce spenta".