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Foto d'epoca

Dalle ricerche storiche del guardiaparco Bruno Usseglio: Il partito dei rossi, il partito degli azzurri

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Il Regio Esercito Italiano in tempo di pace era spesso occupato in attività di addestramento. Esercitazioni che venivano organizzate anche in un territorio montuoso come il nostro conosciute come «le manovre alpine». Le comunità locali e i flussi turistici che incominciavano ad affermarsi nelle nostre vallate non di rado vedevano passare reparti militari composti in prevalenza dagli alpini, ma non di rado venivano coinvolte altre specialità. Una di queste esercitazioni ci viene raccontata sabato 1° settembre 1923 da un osservatore che aveva assistito personalmente al dispiegamento delle truppe:

«Le manovre alpine, dette di Val di Susa, dirette dal generalo Bonzani, comandante la Divisione di Torino, hanno avuto stamane il loro epilogo. Il supposto esercito invasore che di sorpresa aveva valicato lo Alpi, si era impadronito della conca di Cesana, minacciava di insediarsi sulle creste del maestoso dosso che divide la valle di Susa da quella di Pinerolo, è stato ricacciato. Le unità rosse, rotte e scompaginate, sono tornate al punto da cui avevano preso lo slancio, inseguite dalle ondate azzurre, sempre più vigorose ed incalzanti. Questo era negli intenti e questo si è effettuato; senza incidenti e nel modo migliore. L'episodio conclusivo ha avuto un carattere di particolare solennità. Agli ultimi movimenti delle truppe hanno presenziato il Re, venuto qui espressamente da Racconigi, e il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito generale Ferrari, di ritorno dalle manovre del Garda. Il Sovrano si è portato in automobile al forte di Champlas-Seguin, e dall'alto di tale posizione, avendo a fianco il generale Petitt di Roreto, comandante del Corpo di Armata, l'ideatore e l'animatore di questa manovra, ha seguito con vivo interesse lo svolgimento delle esercitazioni mentre il cielo lacrimoso sin dall'alba, rovesciava torrenti d'acqua nelle valli e incappucciava di bianco le cime più alte. Una settimana di passione.

Le esercitazioni si sono iniziate una settimana fa e precisamente il giorno 24, ed ebbero svolgimento cosi aperto e spiegato da giustificare quanto il gen. Grazioli diceva agli ufficiali riuniti per le manovre sul Garda: e cioè che il tempo dei misteri è passato, l'epoca in cui si mirava a mantenere segreti i temi e gli intenti delle manovre, quasi che si avessero intorno tutti occhi nemici pronti ad approfittare di tutto, è definitivamente tramontato. La guerra ha insegnato che il segreto della vittoria non sta tanto nei mezzi tecnici che questi facilmente si ricopiano e si perfezionano quanto nello spirito e nella resistenza della truppa e nella genialità dei comandanti. Niente schemi fissi, libertà di manovra entro limiti logicamente segnati, e azioni spiegate, aperte, come in tempo di guerra. Unica preoccupazione: rispettare quanto più è possibile il terreno per evitare danni inutili in casa propria. La manovra, come dicevo si è iniziata sette giorni fa, ma è da più di un mese che la valle di Susa è tutta un movimento di truppe e strepito d'armi. Lo squillo del risveglio è stato dato dal 3° Alpini con le esercitazioni di compagnia e di battaglione. Per un mese le più ardue creste, le più aspre cime sono state prese d'assalto dalle nostre ardimentose e solide fiamme verdi — teste di ferro e garretti di acciaio — e non vi fu campanile che in qualche notte non abbia visto nella sua ombra almeno un plotone dei bellissimi soldati del colonnello Faracovi. E furono esercitazioni queste dure assai più che non le manovre che pure rappresentarono per altre truppe, come la fanteria, meno abituata alla montagna, una settimana di passione. La frontiera con tutti i suoi passi e tutte le sue creste fu risegnata dagli alpini nel loro giro di istruzione. Mentre le fiamme verdi si addestravano nelle scalate, a Cesana che doveva essere il centro delle manovre alpine, cominciavano ad affluire gli altri reparti chiamati a partecipare alle esercitazioni alpine: quattro reggimenti di fanteria, il 91 e 92 e il 33 e il 31, un reggimento bersaglieri, il 4°, un reggimento di artiglieria da campagna, il 5°, parecchie batterie di artiglieria da montagna e pezzi auto portati e artiglieria campale. E ogni reparto iniziava il suo addestramento, mentre le artiglierie si andavano appostando nella zona compresa nel primo movimento della manovra.

I tema ed i comandanti

Il tema delle manovre ideato dal generale Petitti di Roreto ed affidato per l’esecuzione al generale Bonzani non ha niente di difficile e di complicato. E' un caso pratico. Presuppone un avvenimento che entra nella probabilità e che richiama ai fatti più clamorosi successi in questa vallata dove è stata scritta tanta parte della storia militare del nostro paese. Parte dalla premessa cioè che delle unità nemiche, il partito rosso, con un movimento di sorpresa, sfuggendo all'occhio vigile dello Chaberton, la nostra sentinella avanzata su questa frontiera, per il colle di Bouson ed i passi adiacenti, siano riuscite a penetrare nel nostro territorio conquistando Cesana e la sua valle, e si svolge di conseguenza. Occupata Cesana, le unità rosse cercano di conquistare la dorsale che sta tra le valli di Susa e di Pinerolo, e che, movendo dal Faiteve, raggiunge il Colle dell'Assietta passando per Costa Piana e Col Bleger. Di contro, le unità azzurre, dopo l'inevitabile primo momento di scompiglio, riordinate e rinforzate, debbono mirare ad impedire agli avversari di installarsi saldamente sulla dorsale, contrattaccandole, minacciandole ai fianchi, premendo su esse in modo da obbligarle ad abbandonare le posizioni conquistate e possibilmente risospingerle al di là delle Alpi. I1 comando delle unità azzurre è stato affidato dal generale Bonzani, direttore della manovra, al generalo Martinengo; quello delle unità rosse al generale Gazzera. Al Martinengo, per la sua complessa azione di resistenza, di avvolgimento e di contrattacco, ha assegnato tre reggimenti di fanteria e il reggimento bersaglieri e artiglieria da montagna e campale, nonché una notevole scorta di servizi. Al generale Gazzera, il battaglione alpini Fenestrelle, il 93 fanteria, parecchie batterie di artiglieria da montagna ed ogni genere di servizi. Truppa scelta agli invasori, dato il terreno di operazione; truppa in gran parte occasionale l'altra in rapporto alla località d'azione. Valutazione esatta di un caso reale. Gli abitanti ed i villeggianti di Cesana, risvegliandosi, la mattina del 21, hanno avuto la sorpresa di sentirsi annunziare che si trovavano in una situazione delicata. Era sceso l'invasore ed aveva occupata la città. Le truppe erano quelle stesse che avevano visto il giorno prima, ma avevano al braccio il distintivo del nemico: la fascia bianca. E non fu questa sola la sorpresa che venne loro annunziata: seppero pure che i1 nemico già aveva attaccato Fraiteve e volgeva verso l'Assietta e che dovevano quindi prepararsi a vivere qualche giornata di ansia. E si disse anche: “Niente paura. II momento della liberazione verrà; e presso!”.

Il Re tra la truppa

Passione non fu per i villeggianti di Cesana, ma per le truppe chiamate a far le esercitazioni, per quanto allietate sino all'ultimo giorno da un bel sole e tiepido abbastanza, furono giornate di duro lavoro. Su sette giorni furono sei quelli di movimento e uno solo quello di riposo. Ogni giorno una marcia, un movimento, la conquista di una cima, una ripresa faticosa. E fu prima per i rossi, la marcia forzata in avanti, per raggiungere tempestivamente le cime più alte e poi il rapido arretramento di balza in balza, per sfuggire alla stretta avversaria e tornare oltre l'Alpe. E fu per gli azzurri la riorganizzazione febbrile nel primo tempo, poi lo sbalzo, poi la difesa passo per passo, poi l'inseguimento senza tregua e senza riposo. Gli episodi incerti, i momenti di confusione, le scenette curiose, gli incontri non desiderati, non mancarono, ma nell'insieme la doppia manovra ebbe carattere realistico e pratico. Non mi soffermerò a precisare i diversi episodi, né a dire di ogni esercitazione singolarmente. Non è il caso. A breve distanza dall'aver sofferto una guerra vera, soffermarsi a descrivere una azione fantastica non è di buon gusto. Non ci si può dilettare di un quadro scenografico quando si ha piena la mente di impressioni reali (...)».

Pur trattandosi di una esercitazione, la memoria della Grande Guerra è ancora presente, così, anche se il corrispondente prosegue nel suo racconto, ci è parso utile interromperlo momentaneamente per mettere in risalto questa sua attenzione rivolta nei confronti di chi ha ancora ben vivo il ricordo di un recente e drammatico passato . Poi prosegue:

«D'altra parte quello che dire si potrebbe il lettore lo può pensare. Per la comprensione dell'importanza dell'avvenimento basterà notare le diverse tappe. In ordine di tempo, fatte dalle due unità, tutte e due intelligentemente comandate. Gli alpini del Battaglione Fenestrelle comandati dal colonnello Testa e i fanti del 93 fanteria, guidati dal colonnello Ghersi, costituenti il grosso del partito rosso hanno fatto prodigi. Con tre sbalzi assai faticosi hanno raggiunto il colle dell'Assietta, colle vivo di memorie gloriose, poi, premuti dalle fanterie e dai bersaglieri, nucleo centrale del partito azzurro, non meno dell'altro ardimentoso, se pure più pesante nel movimenti, hanno ripiegato su col Bleger prima e poi sul Fraiteve, perseguitati, snidati dalle mitragliatrici, battuti dall'artiglieria. L'episodio conclusivo, quello di stamane, ha rappresentato per i due partiti una marcia forzata che si è iniziata alle ore 2 della notte ed è finita poco dopo le 9. Marcia lunga o sfibrante che ha portato gli uni nella valle di Cesana, gli altri sul limite estremo della nostra frontiera. Marcia dura e tormentosa perché compiuta nelle peggiori condizioni di tempo, tra continui rovesci d'acqua, folate di nebbia fitta, su strade tutto fango. Bisogna averli visti a tornare sotto le tende i volenterosi giovani per farsi un'idea delle pene che essi hanno sopportato. Tutti molli d'acqua da far pietà. Ma con tutto questo niente malinconia. Che bella cosa avere vent'anni! I1 Re, come ho detto, ha assistito alle esercitazioni dal forte Champlas-Seguin. Giunto nella notte ad Oulx con il generale Cittadini si è mosso all'alba per il campo della manovre. Ha passato la notte in treno, su di un binario morto. Come è sua consuetudine non ha voluto dare noia ad alcuno. Alle 5 su di un'automobile il Sovrano ha preso la via di Cesana ove era atteso e ove si credeva che avrebbe per qualche momento sostato. Non si fermò. Col proposito di fare al Re atto di ossequio il senatore Bouvier, che trovasi a Cesana in villeggiatura, si era interessato per riunire le autorità comunali, ma il Re fece sapere che avrebbe tirato dritto per l'alta Valle. A Cesana attendevano il Sovrano il Capo di Stato Maggiore gen. Ferrari, il generale Petitti e i giudici di campo. Mossero tutti a seguito del Sovrano, per Champlas-Seguin. A manovre concluse, il Re, dopo essersi intrattenuto lungamente con i generali Ferrari e Petitti, che minutamente lo informarono sullo svolgimento delle esercitazioni, risalì in automobile col generale Cittadini e ripreso la via di Racconigì, passando per il Sestrières e Pinerolo. Movendosi ebbe un pensiero gentile per la truppa. La giornataccia. La parola è ora ai giudici di campo che devono rilevare gli eventuali errori commessi dai rossi e dagli azzurri e dalla manovra trarre gli insegnamenti. Le esercitazioni, come già notai, non ebbero un tema complicato. Il terreno su cui si sono svolte fu campo di tante contese vere e fittizie che trovare movimenti originali non è facile. E non sarebbe, d'altra parte, opportuno. I mezzi offensivi mutano, migliorano, aumentano la loro forza micidiale, ma le vie destinate a subire le convulsioni della guerra restano sempre quelle. In queste esercitazioni si sono seguite tracce lasciate da eserciti in contesa, vie percorse da altre unità in manovra. Quanti vivono qui da anni ricordano esercitazioni in tutto simili a questa. Per pronunciarsi su di essa i giudici di campo hanno un ricco materiale di consultazione. Mentre essi si attardano a Cesana, che oggi è imbandierata e festante, noi scendiamo a valle. Il Chaberton, con il suo cappuccio bianco, la Dormeuse, con i suoi cavalli di nebbia, sono belli a vedersi, ma piove, e fa freddo e si cede alle lusinghe della Dora che tumultuando ci richiama al piano. Gigi Michelotti».

Racconto tratto da La Stampa del 1° settembre 1923

 

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